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SARTRE

 

Sartre e l’esistenzialismo come forma di umanesimo

La riflessione filosofica di Jean-Paul Sartre pone al centro l’essere umano e la sua libertà. Egli definisce la propria filosofia un vero e proprio "umanesimo", poiché ritiene che l’uomo non possieda una natura già stabilita né sia guidato da un progetto divino. L’essere umano si trova invece nel mondo senza punti di riferimento assoluti ed è chiamato a costruire autonomamente la propria esistenza.

Questa prospettiva si differenzia nettamente da quella di altri esponenti dell’esistenzialismo contemporaneo.

Differenze rispetto a Kierkegaard, Jaspers e Heidegger

Mentre autori come Kierkegaard, Jaspers e il secondo Heidegger cercavano una soluzione alla crisi dell’esistenza attraverso la fede, la trascendenza o una dimensione superiore dell’essere, Sartre rifiuta completamente tali possibilità.

Un esistenzialismo ateo e immanente

La sua filosofia è rigorosamente laica e atea. Nessuna realtà trascendente può offrire risposte ai problemi dell’uomo: ogni soluzione deve essere ricercata all’interno dell’esperienza umana stessa. Per questo motivo il suo pensiero viene definito esistenzialismo umanistico o immanentistico.

Anche sul piano personale Sartre si caratterizzò per un atteggiamento anticonformista e per un forte coinvolgimento nelle questioni politiche del suo tempo. Preferiva il confronto nei caffè e nelle strade del quartiere parigino di Saint-Germain-des-Prés piuttosto che negli ambienti accademici tradizionali. Fu protagonista della vita culturale francese e si schierò contro colonialismo, imperialismo e mentalità borghese, spesso in stretta collaborazione con la compagna Simone de Beauvoir.

L’analisi della coscienza

Muovendosi nell’ambito della fenomenologia, Sartre affronta il problema dell’essere e della condizione umana, soprattutto nell’opera L’essere e il nulla (1943). Egli distingue due forme fondamentali dell’essere.

L’essere in sé

L’in-sé corrisponde alla realtà delle cose e degli oggetti esterni alla coscienza. Si tratta di una realtà compatta, immutabile e inconsapevole. Le cose esistono semplicemente, senza attribuirsi alcun significato; il loro senso deriva esclusivamente dall’intervento della coscienza umana.

L’essere per sé

Il per-sé coincide invece con la coscienza. A differenza delle cose, essa non è fissa né statica, ma si presenta come attività continua, apertura e movimento.

Secondo Sartre la coscienza possiede la capacità di oltrepassare continuamente la situazione concreta in cui si trova. Per questo essa coincide con la libertà: non accetta passivamente i dati della realtà, ma li supera attribuendo loro nuovi significati.

Da qui nasce la celebre formula secondo cui «la coscienza è il nulla». Essa non è una cosa tra le cose, ma un vuoto creativo capace di negare la realtà data e di aprire continuamente nuove possibilità.

L’angoscia della libertà

Se l’uomo non possiede un’essenza già determinata, significa che prima esiste e soltanto successivamente costruisce ciò che sarà. In altre parole, l’esistenza viene prima dell’essenza.

L’essere umano diventa ciò che sceglie di essere attraverso le proprie azioni.

Condannati alla libertà

Per Sartre l’uomo è «condannato a essere libero». Non ha scelto di nascere, ma una volta esistente deve assumersi pienamente la responsabilità di ciò che fa. Non può invocare né Dio né la natura per giustificare le proprie decisioni.

Angoscia e disperazione

Questa libertà assoluta genera inevitabilmente angoscia. L’individuo si trova di fronte a infinite possibilità e al rischio costante di sbagliare. Ogni scelta comporta la rinuncia a tutte le altre e obbliga a sopportarne le conseguenze.

La responsabilità investe persino gli eventi storici più grandi. Sartre sostiene che chi partecipa a una guerra la rende in qualche modo propria, poiché ha scelto di non sottrarsi a essa. Anche quando le circostanze sembrano imposte dall’esterno, l’uomo rimane responsabile del proprio comportamento.

La libertà, quindi, appare come una condizione inevitabile e gravosa dalla quale non è possibile fuggire.

La nausea e l’assurdità dell’esistenza

Questa concezione trova espressione letteraria nel romanzo La nausea (1938).

Il protagonista Antoine Roquentin prova un senso di disgusto e smarrimento quando comprende che le cose, la natura e gli esseri umani esistono senza una ragione necessaria. Tutto appare contingente, superfluo e privo di giustificazione.

Il mondo perde improvvisamente ogni significato prestabilito e si mostra nella sua nuda esistenza. Da questa scoperta nasce la nausea: il sentimento provocato dalla consapevolezza dell’assurdità e della gratuità dell’essere.

Il rapporto conflittuale con gli altri

La presenza degli altri rappresenta per Sartre una delle principali difficoltà dell’esistenza.

Inizialmente gli altri appaiono come semplici oggetti inseriti nel mio mondo. Tuttavia essi possiedono una coscienza e una libertà analoghe alle mie e, di conseguenza, tendono a considerarmi allo stesso modo.

Nasce così un conflitto inevitabile tra libertà.

La teoria dello sguardo

Questo conflitto si manifesta nello sguardo dell’altro. Quando qualcuno mi osserva, non mi percepisco più come soggetto libero, ma come oggetto della sua coscienza.

Lo sguardo altrui mi sottrae il controllo di me stesso e mi trasforma in qualcosa che può essere giudicato e definito dall’esterno.

La vergogna

Il sentimento che accompagna questa esperienza è la vergogna. Quando mi accorgo di essere osservato, percepisco la mia vulnerabilità e la dipendenza dal giudizio dell’altro.

Per questo Sartre afferma, nella sua opera teatrale A porte chiuse, che «l’inferno sono gli altri»: l’altro limita la mia libertà e introduce una dimensione di alienazione nella mia esistenza.

L’incontro tra esistenzialismo e marxismo

Dopo la Seconda guerra mondiale Sartre si interessò sempre più ai problemi storici e sociali, avvicinandosi al marxismo. Questo tentativo di sintesi raggiunge il suo punto più alto nella Critica della ragione dialettica (1960).

Egli rifiuta la versione dogmatica del marxismo sovietico, che interpreta la storia come il risultato automatico di leggi economiche inevitabili.

Per Sartre, invece, la storia è prodotta dalle decisioni e dalle azioni concrete degli uomini. La libertà individuale continua a svolgere un ruolo centrale anche nei processi collettivi.

Serie e gruppo

Analizzando la società industriale e capitalistica, Sartre individua due principali forme di aggregazione sociale.

La serie

La serie è costituita da individui isolati che si trovano semplicemente affiancati gli uni agli altri senza instaurare rapporti autentici. È la situazione tipica della società borghese.

Gli operai lungo una catena di montaggio o le persone che attendono l’autobus rappresentano esempi di questa condizione: ciascuno rimane chiuso nella propria individualità ed è ridotto a un elemento intercambiabile.

Il gruppo

Il gruppo nasce quando gli individui superano l’isolamento e si uniscono per perseguire un obiettivo comune, spesso in una situazione di lotta o di conflitto.

In questa forma di aggregazione si sviluppano solidarietà, partecipazione e condivisione delle responsabilità. Ogni membro si riconosce negli altri e contribuisce attivamente all’azione collettiva.

Tuttavia il gruppo è fragile. Quando la fase rivoluzionaria termina, tende a trasformarsi in una struttura gerarchica basata sulla disciplina e sull’obbedienza. In questo modo rischia di perdere il proprio carattere originario e di ricadere nella logica della serie.

Per evitare questa degenerazione, il gruppo deve continuamente rinnovare il proprio impegno alla libertà e alla partecipazione reciproca.


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